L’importanza di essere biondo 1.

Essere biondo è importante, molto importante.
Soprattutto se è un biondo quasi platino, molto chiaro: attira molto l’attenzione, ispira qualcosa di speciale. Naturalmente deve essere un biondo naturale, altrimenti … non vale!
Anticamente ero biondo, biondissimo, soprattutto quando ero bambino. Ero quasi bianco da tanto che ero biondo. Ora sono soltanto bianco.
Questo colore della mia capigliatura conquistò un’anziana signora del mio paese che, a causa di questo, mi chiamava “Giovanni dalle bande bionde”.
In realtà io non ricordo questo particolare: me lo hanno raccontato i miei genitori. All’epoca di questa mia prima conquista cromatica avrò avuto tre o quattro anni e sapevo assai di “Giovanni dalle bande nere”, al quale la signora faceva riferimento con i debiti aggiustamenti.

La simpatica attribuzione compiuta dalla mia “estimatrice” di un tempo fa riferimento a Giovanni de’ Medici, vissuto qualche secolo prima che io venissi in questo mondo; personaggio che ho scoperto solo alcuni anni fa, grazie al bellissimo film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi” (a scuola non ci hanno mai parlato di Giovanni de’ Medici!).
“Giovannino” de’ Medici (1498 – 1526: solo 28 anni!) fu il Capitano (il comandante in capo) dell’esercito pontificio che fronteggiò l’invasione dei Lanzichenecchi nel 1526 (anno del sacco di Roma).
Ferito in battaglia, morì per gli effetti della gangrena che gli divorò la gamba lacerata da un colpo di arma da fuoco.
Lo chiamavano “dalle bande nere” perché aveva fatto brunire le armature dei suoi uomini allo scopo di essere meno visibili, specialmente durante la notte.
Fu un grande condottiero, uno stratega intelligente e coraggioso che non si risparmiava; un genio innovativo nell’arte del comando in guerra.
Ebbene, pur non conoscendo Giovanni de’ Medici, covavo in me una inconsapevole e istintiva voglia di comandare.
Ci fu perfino qualcuno, tra i conoscenti di famiglia, che prese a chiamarmi “Capitano”.

Divenuto un po’ più grande (12, 13 anni), esercitai questo istinto di comando allorché tra i ragazzini del mio paese sorsero delle bande (tutt’altro che delinquenziali) le quali si affrontavano in battaglie a colpi di mele acerbe rubate sugli alberi. Le mele venivano piantate su bastoni piuttosto corti, appena appuntiti e saldamente tenuti in mano dal lanciatore; quindi venivano scagliate, anche a lunga distanza, con un energico e rapido lancio fatto a mano (praticamente eravamo dei granatieri in erba!).
A volte volarono anche delle pietre, perché la rivalità tra bande si era accentuata; per fortuna, fu cosa di breve durata.
Il mio ruolo di comandante, peraltro, era più che altro “diplomatico” perché, prima che avesse inizio la tenzone, mi recavo presso la parte “nemica” chiedendo di non fare male ai miei due fratelli che erano più piccoli di me.
La cosa funzionò abbastanza: uno dei miei fratelli (il più facinoroso!) si beccò solo una pietrata in testa ma di lievissima entità.
Poi costruivamo capanne nel bosco e le difendevamo dai “nemici”, armandoci di archi e frecce che ci costruivamo con gran cura.
Fui anche il capo dei chierichetti della mia parrocchia!
Ma la mia carriera era solo all’inizio: stavo muovendo i primi passi di un lungo cammino.
GM

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