Il fantasma dell’oratorio 1.

Torniamo ai ricordi leginesi.
Il nostro teatro, dunque, aveva gloriose origini, alta dignità, nobile frequentazione: cioè la nostra Compagnia.
Un gruppo giovane, anzi giovanissimo era diventato il naturale e assiduo frequentatore di un oratorio antico e dismesso; un edificio dall’aspetto tranquillo e rasserenante, tanto più che al suo interno si vivevano momenti di grande serenità e dignitosa spensieratezza.
Chissà da quanto tempo quelle mura non avevano sentito le voci, le risate, le canzoni, le stupidaggini di ragazzi che si incontravano per stare allegramente insieme!
Portavamo la nostra vivacità, la nostra voce in quel prezioso maniero e lo facevamo con buone maniere.

Nei giorni delle prove, dopo cena, arrivavamo in oratorio accompagnati dal nostro chiacchiericcio piuttosto fragoroso; una persona di fiducia (solitamente io; allora mi fidavo alquanto di me stesso, oggi non più) brandiva la grossa chiave di ferro dell’oratorio, apriva il portoncino di facciata e la Compagnia entrava per mettersi ai posti di manovra.
Quando tutto era finito, uscivamo e per ultimo chiudevo la porta, lasciando alle nostre spalle il clima silenzioso e tranquillo della piccola chiesa, mentre le nostre voci se ne andavano in dissolvenza lungo la stradina.
Non era però inconsueto che affidassi la chiusura dell’oratorio al veterano della regia: buon giovine probo e di nobili costumi; financo intelligente ed equilibrato; sano di mente e di buona costituzione fisica (a suo tempo, prestò il servizio militare di leva in Aviazione!).

Una sera, mentre provvedeva a verificare che tutte le poche luci fossero spente e quindi si accingeva a dare i due giri di chiave al portoncino, mi chiamò per comunicarmi una cosa che poteva avere del misterioso e dell’inquietante.
Mi disse che nel silenzio dell’oratorio, ormai svuotato di persone e privo di luce, si sentiva un inspiegabile suono: una specie di ululato, gentile, non sguaiato, sommesso, che si ripeteva a riprese irregolari.
E non era la prima volta. Già in altre occasioni aveva notato questo fenomeno “misterioso” ma solo ora, confermato dal suo ripetersi, egli si peritava di darmene notizia.
Lì per lì non diedi peso alla cosa. E feci molto male!

Ci volle del tempo prima che arrivassi a soppesare adeguatamente il fenomeno e a coglierne il significato insieme ai miei più sapienti collaboratori: l’aiuto regista, appunto e il presentatore (quello con la pronuncia angolo-leginese).
Ma ora non vado oltre: l’emozione di questo ricordo è ancora troppo forte ed è bene viverla a piccole dosi.
GM

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