Il fantasma dell’oratorio 2.

Quel suono cupo, per quanto gentile, si ripeteva ormai ogni volta che uscivamo dall’oratorio.
Era la triplice emissione di un suono breve che si replicava almeno due volte, per un totale di sei emissioni ogni sera.
Il più scientifico della terna (l’aiuto regista) calcolava la durata delle emissioni sonore, la loro frequenza, le scrutava quasi al microscopio della sua mente matematica per cercare di capire di che natura fossero.
Il coraggioso (il presentatore) cercava di svicolare l’argomento ma non poteva discostarsene troppo perché, quanto meno, anche lui era un testimone auricolare, con delle responsabilità irrinunciabili.
Io, la guida spirituale della Compagnia, invitai i collaboratori a non pensare a fenomeni di natura mistica, paranormale e psichiatrica. Dovevamo stare coi piedi per terra e, soprattutto, attenti a dove mettevamo i piedi nel buio dell’oratorio.

La cosa stupefacente sembrò subito essere il fatto che a sentirlo eravamo solo noi tre: io, l’aiuto regista e il presentatore: “la creme de la creme”.
Sembrava che l’oratorio volesse far sentire la sua voce solo a pochi … eletti.
Fu un’illusione che durò poco, perché nel giro di tre o quattro settimane capimmo al volo il perché di questa sorta di esclusiva: lo sentivamo noi perché gli altri uscivano schiamazzanti prima di noi, che rimanevamo in coda per chiudere la porta della chiesetta.

Restava però da spiegare quale fosse la natura di quel suono e da dove esattamente provenisse.
Non volevamo spaventare i ragazzi che, ancora troppo giovani per sopportare esperienze di questo genere, era bene che ne restassero estranei.
Con sapienza autenticamente paterna, ma direi quasi materna, noi tre conservammo il segreto tra di noi e ci interrogavamo.
Arrivammo addirittura al punto che, alla chiusura dell’oratorio dopo le prove teatrali, ci trovavamo allo stesso tempo incuriositi e, non esito a dirlo, anche un po’ intimoriti.

Chi spegne la luce questa sera?
La luce si spegneva dalla sacrestia e quindi bisognava attraversare la chiesa completamente al buio, con la sola poca, flebile luce che entrava dall’esterno attraverso la porta aperta, sul limitare della quale i due più coraggiosi aspettavano, come buone guardie del corpo, colui che doveva spegnere la luce.
Due giri di chiave veloci e via, lungo la stradina, ostentando sicurezza e avanzando ipotesi interpretative sempre più fantasiose.
Nessuno di noi osò parlare di fantasmi o di presenze mistiche ma … certi silenzi sono spesso molto più eloquenti delle parole.
Si lasciava cadere il discorso, parlando di come erano andate le prove, di come bisognava correggersi; finché arrivavamo sulla piazza del quartiere, bene illuminata, e lì ci si salutava tutti con molta serenità.
Ehi! Continua!
GM

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