I due Comandanti

Tra gli incontri importanti della mia vita c’è quello con un tenente colonnello dei Carabinieri, con il quale diventammo amici in breve tempo. Ebbi occasione di incontrarlo diverse volte mentre ricopriva un importante incarico di comando e in varie circostanze le nostre conversazioni riguardarono proprio il tema del comando.
Ci confrontavamo su cosa significasse comandare, quali responsabilità, oneri e soddisfazioni comporta il comandare; si discuteva di cosa significa esercitare l’autorità sulle persone. Discussioni anche su tanti altri argomenti che ci appassionavano e che mi fecero molto bene, anche se le nostre esperienze di vita e professionali sono molto diverse.
A quell’epoca mi sentivo così onerato dalle responsabilità che mi incombevano, che preferivo di gran lunga l’obbedienza al comando: mi sembrava decisamente più facile.
Il mio amico carabiniere mi aiutava a considerare che il comando è cosa necessaria quanto l’obbedienza: sono aspetti complementari nella società e, aggiungo io, anche nella vita spirituale (ma semmai ne parliamo un’altra volta).

Un giorno lui mi fece incontrare e conoscere un capitano di vascello (corrisponde al grado di colonnello) che, a sua volta, ricopriva un importante incarico di comando e quindi di responsabilità.
Anche con lui nacque una bella amicizia ed anche con lui abbiamo avuto occasione di tante conversazioni che riguardavano il mondo, per me affascinante, della marineria e l’arte del comandare, specialmente a bordo di una nave.
Qualcuno potrebbe ritenermi un megalomane, vedendomi così attento al tema del comando e del governare. Non credo di esserlo e comunque, se anche fosse, non è il peggior difetto che ho: ne posseggo abbondantemente di assai peggiori.
Ciò che questi carissimi amici mi hanno lasciato in eredità è la certezza che comandare significa servire: significa farsi in quattro, in qualunque momento, affinché coloro che ci sono affidati possano vivere bene, compiendo serenamente e onestamente il loro dovere a servizio della comunità: sia essa una comunità civile, religiosa, o militare.

Ho avuto modo di toccare con mano quanto i miei amici Comandanti fossero continuamente immersi nella loro responsabilità; come poco tempo restasse loro per pensare a se stessi e per godersi le proprie famiglie. Quando si toglievano la divisa, terminavano il turno di servizio ma non smettevano di essere comandanti.
Ho imparato da loro a distinguere l’autorevolezza dall’autoritarismo, distinzione che spesso viene trascurata da chi ha ruoli di responsabilità.
Ho visto come l’umiltà della persona si può coniugare bene con il ruolo di governo; anzi, senza umiltà non si può governare bene.
Ricordo che molti anni fa, ancora ragazzo, mi trovai a leggere questa frase dipinta sul muro di un edificio (non ricordo se fosse una caserma o altro): “Se vuoi comandare, impara ad obbedire”.
Accidenti! Quante cose confluiscono nello stesso alveo pur provenendo da esperienze, tempi e persone diverse. Giovanni de’ Medici, mia nonna, la signora che mi chiamava Giovanni dalle bande bionde, i miei amici colonnelli … tutto e tutti mi conducono allo stesso insegnamento, alle stesse considerazioni che profumano di sapienza e non puzzano di carrierismo.

Corredato da questi insegnamenti e da varie esperienze di vita voglio intrattenermi, con chi vorrà sopportarmi, sul tema di un comando molto particolare: il comando di una Compagnia.
Non una Compagnia militare! Una Compagnia teatrale.
Desidero raccontare alcuni aspetti di un mondo per me molto prezioso e di grande valore educativo. Aspetti, esperienze, episodi, considerazioni: insomma tutto quello che mi verrà in mente durante questo percorso che non ho la più pallida idea di quanto potrà durare. Forse domani sarà già finito; oppure no.
GM

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